Un uomo massacrato di botte e ora in fin di vita. Un giovane rider aggredito mentre lavorava, cercava semplicemente di portare a termine una consegna. Due storie diverse, unite dallo stesso scenario e dalla stessa violenza cieca

Due aggressioni nel giro di un’ora, a pochi passi dalla stazione Termini. È difficile trovare altre parole se non “allarme”. Perché quanto accaduto non è solo cronaca nera: è il segno evidente di una situazione che sta sfuggendo di mano. Un uomo massacrato di botte e ora in fin di vita. Un giovane rider aggredito mentre lavorava, cercava semplicemente di portare a termine una consegna. Due storie diverse, unite dallo stesso scenario e dalla stessa violenza cieca. Una violenza che colpisce persone qualunque, nel cuore di Roma, in una zona che ogni giorno dovrebbe garantire passaggio sicuro a migliaia di cittadini, lavoratori e turisti.

Episodi che non possono essere archiviati come “fatti isolati”.

A entrambi i feriti, e alle loro famiglie, va la piena solidarietà mia personale e dell’associazione che rappresento. Nessuno dovrebbe trovarsi in un letto d’ospedale, lottando per la vita, solo per essere passato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nessuno dovrebbe uscire di casa per lavorare con la paura di non farvi ritorno. Quanto accaduto riporta al centro una questione che troppo spesso viene affrontata solo dopo tragedie simili: la sicurezza nelle città, soprattutto nelle aree più esposte come le stazioni ferroviarie e le periferie urbane. Termini non è una zona marginale, è un nodo fondamentale del Paese. Eppure, da tempo, è percepita come un luogo insicuro, soprattutto nelle ore serali e notturne.

È evidente che i livelli di sicurezza vanno rafforzati, e in modo strutturale. Non bastano interventi episodici o operazioni spot. Serve una presenza costante, visibile, capace di prevenire prima ancora che reprimere. Le forze dell’ordine fanno il possibile, spesso con risorse limitate e sotto pressione, ma non possono essere lasciate sole.

In questo quadro, la vigilanza privata può rappresentare un supporto concreto e utile. Il controllo capillare del territorio, il presidio fisso di aree sensibili, la capacità di segnalare tempestivamente situazioni di rischio sono strumenti che possono contribuire a rendere più sicuri luoghi come stazioni, snodi di trasporto e quartieri complessi. Non una sostituzione dello Stato, ma un’integrazione necessaria in un sistema di sicurezza moderno ed efficace con una visione precisa che rispetti le regole fondamentali di ogni servizio: rilevazione delle necessità, progettazione, validazione, erogazione, monitoraggio e miglioramenti. Nessuna decisione estemporanea dettata dall’emergenza, ma piani ben calibrati.

La violenza di Termini è un campanello d’allarme che non può essere ignorato né minimizzato. Continuare a farlo significherebbe accettare l’idea che certe zone siano destinate al degrado e all’insicurezza. E questo non è accettabile.

La sicurezza non è un privilegio, è un diritto. Difenderla significa proteggere la vita quotidiana delle persone comuni, quelle che oggi chiedono solo una cosa semplice: non avere paura.

Leggi l’articolo sull’Huffington Post

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