Le dichiarazioni di Vincenzo De Luca riaprono il dibattito sulla sicurezza urbana: un diritto di tutti, da garantire attraverso prevenzione, tecnologia e una collaborazione coordinata tra istituzioni e vigilanza privata.
di Giovanni Di Nitto – Vicepresidente ASSIV
Le recenti dichiarazioni del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, prima alla Leopolda di Firenze il 2 ottobre e successivamente alla Festa dell’Ottimismo organizzata da Il Foglio il 10 ottobre, hanno riportato l’attenzione su un tema di grande rilevanza: la sicurezza urbana e la necessità di garantire ai cittadini condizioni di vita adeguate.
Al di là delle valutazioni politiche che possono accompagnare questi interventi, credo sia importante riflettere su una questione che riguarda tutti: la sicurezza è un diritto fondamentale, strettamente legato alla libertà individuale e alla qualità della vita, e come tale deve essere garantito senza distinzioni.
È soprattutto nelle realtà sociali più fragili che questo diritto assume un significato concreto. Chi vive in un quartiere periferico, chi rientra dal lavoro nelle ore serali, chi utilizza quotidianamente i mezzi pubblici o attraversa spazi urbani poco presidiati deve poterlo fare in condizioni di tranquillità.
Quando questo non accade, non viene compromessa soltanto la percezione della sicurezza, ma la stessa libertà delle persone di vivere pienamente la propria città.
Riconoscere la centralità di questo bisogno, tuttavia, non significa ritenere che la risposta possa essere affidata esclusivamente all’inasprimento delle sanzioni o al rafforzamento degli strumenti repressivi.
La repressione dei comportamenti illeciti è certamente una funzione indispensabile dello Stato, ma una politica della sicurezza realmente efficace deve essere in grado soprattutto di prevenire i fenomeni criminali, garantire un adeguato presidio del territorio e consentire interventi tempestivi.
Ed è proprio su questo punto che, a mio avviso, occorre ampliare la riflessione.
Non possiamo continuare ad affrontare la sicurezza urbana prevalentemente attraverso interventi emergenziali. Abbiamo bisogno di un modello organizzativo più moderno, che sappia integrare prevenzione, presenza sul territorio, tecnologia e coordinamento tra i diversi soggetti coinvolti.
La sicurezza, infatti, non dipende soltanto dall’attività delle Forze dell’Ordine, il cui ruolo rimane naturalmente centrale e insostituibile, ma anche dalla capacità di organizzare un sistema nel quale competenze e risorse diverse possano contribuire, ciascuna nell’ambito delle proprie responsabilità, a un obiettivo comune.
In questo contesto ritengo che anche il settore della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza possa offrire un contributo importante, che oggi non viene sufficientemente considerato.
Parliamo di un comparto che in Italia occupa oltre centomila persone, dispone di professionalità qualificate, strutture operative, centrali di controllo, tecnologie avanzate e una presenza diffusa sul territorio nazionale.
Un patrimonio di competenze e risorse che già oggi contribuisce in maniera significativa alla protezione delle attività economiche, delle infrastrutture e di numerosi luoghi nei quali si svolge la vita quotidiana dei cittadini.
Occorre naturalmente essere molto chiari su un punto: non si tratta di immaginare che gli operatori privati possano sostituirsi alle Forze dell’Ordine o assumere funzioni di pubblica sicurezza riservate allo Stato. Le competenze e le responsabilità devono rimanere ben distinte, nel pieno rispetto della normativa vigente.
Il tema è piuttosto quello di comprendere come valorizzare, all’interno di un sistema coordinato, le risorse e le capacità operative che il settore privato già mette a disposizione del Paese.
Gli istituti di vigilanza gestiscono quotidianamente segnalazioni di allarme, sistemi di videosorveglianza, servizi di presidio e interventi sul territorio. Le centrali operative, attive ventiquattro ore su ventiquattro, rappresentano strutture organizzate in grado di ricevere informazioni, verificarle e attivare tempestivamente le procedure previste, comprese, quando necessario, le segnalazioni alle autorità competenti.
A queste capacità si aggiungono le opportunità offerte dall’evoluzione tecnologica.
L’intelligenza artificiale, i sistemi evoluti di videoanalisi e l’integrazione delle piattaforme di monitoraggio stanno modificando profondamente il modo di organizzare i servizi di sicurezza, consentendo di individuare più rapidamente situazioni anomale, ridurre i falsi allarmi e migliorare l’efficacia degli interventi.
Sono strumenti che, se utilizzati correttamente e nel rispetto delle regole, possono contribuire in maniera significativa anche a una migliore organizzazione complessiva della sicurezza.
La questione, quindi, non è soltanto quella di aumentare il numero degli operatori presenti sul territorio, ma soprattutto di utilizzare meglio le risorse disponibili, evitando duplicazioni e individuando forme di collaborazione più efficaci.
In questa prospettiva sarebbe utile ragionare su protocolli operativi condivisi, procedure di segnalazione e modalità di coordinamento che consentano, nei limiti delle rispettive competenze, una migliore collaborazione tra il sistema pubblico e quello privato.
Non si tratta necessariamente di costruire nuove strutture, quanto piuttosto di mettere in relazione quelle che già esistono, definendo con chiarezza ruoli, responsabilità e modalità operative.
Naturalmente la sicurezza urbana non può essere considerata soltanto sotto il profilo del controllo del territorio.
Esiste un rapporto molto stretto tra sicurezza, qualità degli spazi pubblici e condizioni sociali. L’illuminazione delle strade, la manutenzione, la pulizia, il contrasto al degrado e la presenza delle istituzioni contribuiscono a creare un ambiente nel quale diventa più facile prevenire comportamenti illeciti e garantire una migliore convivenza civile.
Una città curata, frequentata e adeguatamente presidiata è, generalmente, anche una città più sicura.
Per questo ritengo che prevenzione sociale, presidio del territorio, innovazione tecnologica e intervento delle autorità non debbano essere considerati strumenti alternativi, ma componenti di una strategia complessiva.
È su questa integrazione che dovrebbe fondarsi un nuovo modello di sicurezza urbana, capace di superare una logica prevalentemente emergenziale e valorizzare il contributo di tutti i soggetti che, nell’ambito delle proprie attribuzioni, possono concorrere alla tutela della collettività.
In questo senso, la proposta avanzata da De Luca di promuovere una conferenza nazionale sulla sicurezza urbana potrebbe rappresentare un’occasione utile per affrontare il problema in maniera organica, coinvolgendo amministrazioni locali, istituzioni, Forze dell’Ordine, rappresentanze sociali e operatori del settore.
Credo sarebbe importante che a questo confronto partecipassero anche le associazioni rappresentative della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza, a partire da ASSIV, portando l’esperienza di un comparto che da anni investe in professionalità, organizzazione e innovazione tecnologica.
Non per rivendicare ruoli che non gli competono, ma per valutare concretamente quali forme di collaborazione possano essere sviluppate e quali strumenti organizzativi o normativi possano rendere più efficace il sistema nel suo complesso.
Del resto, se vogliamo davvero affrontare il tema della sicurezza urbana, dobbiamo partire da una considerazione molto semplice: le risorse pubbliche non sono illimitate e le esigenze di protezione dei cittadini sono sempre più articolate.
Questo non significa ridimensionare il ruolo dello Stato, che resta centrale e insostituibile, ma riconoscere che una migliore organizzazione delle risorse, pubbliche e private, può contribuire a ottenere risultati più efficaci.
Garantire la sicurezza significa certamente contrastare i comportamenti illeciti, ma significa anche investire nella prevenzione, nella qualità degli spazi urbani, nelle professionalità e nelle tecnologie, costruendo un sistema nel quale le diverse competenze possano operare in maniera coordinata.
È questo, a mio avviso, il passaggio culturale e organizzativo che dovremmo compiere: superare una concezione della sicurezza prevalentemente legata alla risposta all’emergenza, per arrivare a un modello capace di prevenire i rischi, utilizzare efficacemente le risorse disponibili e garantire una presenza organizzata e continuativa sul territorio.
La sicurezza è un diritto di tutti. Ma perché questo diritto sia effettivamente garantito, non basta affermarne l’importanza: occorre costruire le condizioni per renderlo concreto.
Ed è su questo obiettivo che istituzioni, amministrazioni e operatori del settore dovrebbero riuscire a trovare un terreno comune, nell’interesse dei cittadini.

Giovanni Di Nitto – Vicepresidente ASSIV

