Una scelta positiva e una buona intuizione da parte del governo. Con alcuni interventi mirati il decreto potrebbe diventare ancora più efficace, moderno e vicino alle reali esigenze del Paese

Il decreto-legge sulla sicurezza attualmente all’esame del Parlamento rappresenta, nel complesso, una scelta positiva e una buona intuizione da parte del governo. Si muove infatti nella direzione giusta: quella di rafforzare in modo concreto gli strumenti di tutela dei cittadini e del territorio, aggiornando il quadro normativo rispetto a fenomeni criminali che sono diventati sempre più complessi e diffusi, soprattutto nelle aree urbane.

Detto questo, proprio perché oggi il concetto di sicurezza è profondamente cambiato e il ruolo della vigilanza privata è diventato ormai strutturale, vale la pena cogliere questa occasione per migliorare ulteriormente il testo. Con alcuni interventi mirati il decreto potrebbe diventare ancora più efficace, moderno e vicino alle reali esigenze del Paese.

Partendo dagli aspetti positivi, è giusto riconoscere che il provvedimento contiene misure condivisibili. Penso, per esempio, all’introduzione di aggravanti per il furto con destrezza, un fenomeno purtroppo molto diffuso nelle città, oppure alla definizione più chiara della rapina aggravata di gruppo. Anche il rafforzamento degli strumenti per la sicurezza urbana e il presidio del territorio va nella direzione giusta. Sono interventi che contribuiscono a rendere più visibile la presenza dello Stato e, di conseguenza, a rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Ciò che convince meno, invece, è la concezione “conservatrice” della sicurezza urbana, che oggi non può più essere intesa solo come ordine pubblico in senso stretto. La sicurezza, infatti, riguarda sempre di più la qualità della vita, il decoro delle città, la coesione sociale e la capacità di prevenire situazioni di degrado prima che queste degenerino. È su questi temi che si incide in misura significativa tanto sulla sicurezza vera e propria quanto sulla sua percezione da parte dei cittadini, almeno altrettanto importante.

In questo contesto, diventa fondamentale adottare un approccio più integrato, in cui pubblico e privato collaborino in modo stabile e strutturato. Ed è proprio su questo punto che il decreto potrebbe fare un salto di qualità.

La vigilanza privata può rappresentare un vero e proprio “moltiplicatore” dell’azione pubblica, soprattutto nelle attività di osservazione, monitoraggio, valutazione delle situazioni di rischio e segnalazione. Rafforzare il partenariato tra forze dell’ordine, enti locali e istituti di vigilanza significa non solo ottimizzare le risorse disponibili, ma anche intervenire con maggiore tempestività, solo quando questo è davvero necessario, e quindi garantire una presenza al contempo più efficace e più capillare sul territorio.

Le centrali operative degli istituti di vigilanza, sempre più avanzate dal punto di vista tecnologico, potrebbero diventare dei veri nodi di raccordo informativo con le autorità pubbliche, contribuendo a rendere la gestione della sicurezza più efficiente e coordinata.

A questo si aggiunge il tema dell’innovazione tecnologica. L’intelligenza artificiale predittiva è già in grado di analizzare grandi quantità di dati e individuare situazioni di rischio prima ancora che si concretizzino. Si tratta di strumenti che esistono già e che potrebbero essere valorizzati molto di più, se inseriti in un quadro normativo più aperto e lungimirante.

In questa prospettiva, sarebbe utile consentire agli enti locali di stipulare contratti con istituti di vigilanza privata per attività di osservazione e monitoraggio del territorio, soprattutto nelle aree ritenute potenzialmente più esposte a fenomeni di illegalità, utilizzando risorse già disponibili. Allo stesso tempo, è fondamentale investire nella formazione specialistica delle guardie giurate, soprattutto nei contesti urbani più complessi, dotandole di competenze non solo operative ma anche relazionali, come la gestione dei conflitti, la mediazione sociale e il primo soccorso.

Un altro passo importante sarebbe quello di creare reti informative integrate tra vigilanza privata e polizie locali, naturalmente nel pieno rispetto della privacy, per migliorare sia la prevenzione sia la capacità di intervento.

Infine, si potrebbe pensare di avviare in via sperimentale in alcune aree urbane con alto livello di criticità modalità di presenza strutturata congiunta tra  polizie locali, istituti di vigilanza privata e soggetti del terzo settore. Un modello multilivello che permetterebbe di affrontare le situazioni più critiche in modo più efficace, mettendo insieme sicurezza, prevenzione e coesione sociale.

Solo adottando un approccio realmente integrato sarà possibile costruire città più sicure, più vivibili e più resilienti, rafforzando allo stesso tempo il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Il tutto con una normativa che, adottata oggi, sarà comunque in grado di regolare con flessibilità, grazie a modalità innovative di gestione e intervento, i problemi degli anni a venire.

Leggi l’articolo sull’Huffington Post

Segui il mio blog

Condividi.

Iscriviti per ricevere contenuti aggiornati.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Controlla la tua casella di posta o la cartella spam per confermare la tua iscrizione

© 2026 Assiv. Associazione Italiana Vigilanza e Servizi di Sicurezza.
Exit mobile version