L’approvazione del Decreto Lavoro 2026 segna un passaggio politico importante. Molto dipenderà dall’attuazione concreta delle misure e dalla capacità di evitare che gli strumenti previsti restino solo principi sulla carta
L’approvazione del Decreto Lavoro 2026 segna un passaggio politico importante perché rimette al centro un principio troppo spesso dimenticato: non può esistere sicurezza senza dignità del lavoro.
Le norme sul cosiddetto “salario giusto”, gli incentivi all’occupazione stabile e il contrasto alle nuove forme di sfruttamento digitale rappresentano infatti un tentativo di affrontare insieme competitività, qualità del lavoro e coesione sociale, evitando che la trasformazione tecnologica e la pressione economica producano ulteriore precarizzazione.
In questo quadro considero particolarmente rilevante il richiamo alla contrattazione collettiva comparativamente più rappresentativa come parametro di riferimento per garantire trattamenti economici adeguati. È un tema che riguarda direttamente anche il settore della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza, comparto essenziale per il sistema Paese, che negli anni ha spesso subito dinamiche di dumping contrattuale e una competizione fondata quasi esclusivamente sulla riduzione dei costi.
La security non può essere considerata una commodity. Dietro ogni servizio di vigilanza, controllo o protezione ci sono lavoratrici e lavoratori che operano in contesti complessi, spesso ad alta esposizione di rischio, e che devono poter contare su retribuzioni adeguate, stabilità occupazionale e riconoscimento professionale.
Positiva è anche l’attenzione dedicata alla trasparenza negli appalti e nei rapporti di lavoro, così come il rafforzamento degli strumenti di controllo contro il caporalato digitale e le distorsioni generate dall’utilizzo opaco degli algoritmi nelle piattaforme. L’innovazione non può trasformarsi in una zona grigia nella quale i diritti diventano opzionali.
Allo stesso tempo, il decreto lancia un messaggio culturale importante alle imprese, premiando i modelli organizzativi orientati alla responsabilità sociale, alla conciliazione vita-lavoro e al sostegno della natalità. Sono scelte che vanno nella direzione di un sistema produttivo più moderno e sostenibile.
Naturalmente molto dipenderà dall’attuazione concreta delle misure e dalla capacità di evitare che gli strumenti previsti restino solo principi sulla carta. Serviranno controlli efficaci, tempi rapidi e un dialogo costante con le parti sociali.
Ma il punto politico resta chiaro: la qualità del lavoro non è un ostacolo alla crescita. È la condizione necessaria per costruire sviluppo, legalità e sicurezza (anche) sociale.

